Imbarazzi [Paola Meneganti]
Ho chiesto l'autorizzazione a questa persona che non conosco personalmente per pubblicare i suoi pensieri. Che trovo molto condivisibili, anche per il tono pacato - quasi a denunciare, ahimé, una certa rassegnazione per come vanno le cose - con il quale queste cose terribili vengono sussurrate. Sempre di più, in un mondo di cafoni e di urlatori (scusate: sono reduce dalla recente visione di Videocracy a casa di amici... credo si siano divertiti molto a vedere le mie facce marziane e di totale incredulità di fronte al video...) ammiro, apprezzo, sostengo coloro che non hanno bisogno di alzare la voce: le cose che hanno da dire hanno già abbastanza forza (ovviamente per chi ha orecchie).
Vorrei frequentare più spesso le biblioteche. Anche quella splendida che ho vicino a casa: villa Amoretti, dentro al parco Rignon. Forse per chiudere fuori la cafonaggine, gli strombazzamenti stradali dei clacson, il vociare inutile e improduttivo. Vi lascio alle parole di Paola. A questo sguardo obliquo che ancora lega la storia di ieri al pessimo presente che viviamo.
Imbarazza, molto, chiunque abbia un minimo di coscienza civile, di consapevolezza, di umanità l’ultimo discorso del presidente del consiglio sui migranti: “la riduzione degli extracomunitari in Italia significa meno forze che vanno a ingrossare le schiere dei criminali”. Insomma, come hanno titolato i giornali, meno immigrati meno criminalità. Detto con sicumera. Davvero imbarazzante per chi si ritenga parte della specie umana. Quella che non volta le spalle al proprio simile debole, impaurito, povero, malato, bisognoso, ma che gli porge la mano e un mantello: come il buon samaritano. Davvero imbarazzante, questo: altro che i sondaggi amici.
Bisogna ringraziare la CEI, che, attraverso il suo segretario generale, monsignor Mariano Crociata, ha dichiarato “Le nostre statistiche dimostrano che le percentuali di criminalità di italiani e stranieri sono analoghe, se non identiche", invitando al rispetto della "dignità di ogni persona umana, che non può essere oggetto di pregiudizio o discriminazione". Parole chiare e forti, non adeguatamente – mi pare – raccolte.
In questi giorni, nel nostro Paese, si sta celebrando il Giorno della memoria. Una legge del 2000. fortemente voluta da Furio Colombo, stabilisce che “La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.
Proteggere i perseguitati. Non è possibile qui, ora, sviluppare un ragionamento approfondito sui perché della barbarie nazista e fascista, sul loro ruolo nello sterminio, su una tragedia che è immedicabile. A volte, più che la riflessione, per tentare di capire che cosa furono la deportazione, la persecuzione, lo sterminio sono efficaci le testimonianze. Come quelle della signora Liliana Segre. Lei aveva tredici anni, era orfana di mamma, aveva solo il padre, Alberto. Fu deportata con lui, le loro mani si lasciarono sulla rampa di arrivo di Auschwitz, lei non lo vide più.
La signora Liliana ha raccontato e racconta molto. Tra le altre cose, questo: quando lei, con gli altri ebrei prigionieri, partirono da San Vittore verso Auschwitz, videro – dice – l’ultima testimonianza di umanità: i detenuti comuni, che li incoraggiavano, donavano una mela, un’arancia, una sciarpa, un addio. Fuori, nel mattino milanese, nessuno, dice la signora Liliana, aprì una finestra, si mise in mezzo alla strada, chiese perché, mandò un saluto. Nessuno. Era la fine del gennaio 1944.
D’altro canto, proprio Furio Colombo ha ricordato, in diverse occasioni, che i fascisti italiani hanno consegnato gli ebrei allo sterminio e ha invece citato la storia di Dimitar Peshev, che, da vicepresidente del Parlamento bulgaro, nel marzo del 1943, informato dell'imminente deportazione di 48.000 ebrei bulgari, costrinse re Boris III e il governo a ordinare che i treni per Auschwitz non partissero. Eppure, quello bulgaro era un governo filonazista. Dice l’onorevole Colombo: la Bulgaria protesse i propri ebrei. L’Italia no. E con questo non si tratta certo di disconoscere il valore di quegli uomini e di quelle donne che, a rischio di tutto, nascosero, protessero, ne salvarono tanti. Ma quelle finestre chiuse, quel silenzio che la signora Segre ricorda pesano, pesano tanto.
La Shoah è un evento imparagonabile. Ma quelle finestre chiuse quel silenzio rischiano di riproporsi anche oggi, a fronte di dichiarazioni come quelle del presidente del consiglio, a fronte di fatti come quelli di Rosarno – un “macello”, l’hanno definito gli stessi poliziotti, un inferno a casa nostra, in cui sono costretti a vivere esseri umani; parole e fatti davanti ai quali in cui si sarebbe tentati di porsi nuovamente la domanda di Primo Levi, “Se questo è un uomo”.
31 gennaio 2010

Toni
Concordo. Soprattutto sui toni. L'unica speranza è che, a forza di urlare, perdano tutti la voce per un po'. Aiuterebbe a riscoprire i fatti. Forse. A riposare i timpani. Comunque.