Amare l'Italia

Ieri pomeriggio, reduce da un mattino in cui ho sentito il "jet lag" del cambio orario, sono stato con Valeria a Mezzenile, amena località a mezza costa in una delle Valli di Lanzo. Ricordavo di esserci passato mesi prima e averci scoperto, grazie a Marco, un laboratorio artigianale di cioccolato: quello di Poretti, che ha il merito di entrare nel novero di  quelle microimprese familiari utili ad attirare quel minimo di economia, di "giro", di persone che magari, anche solo di passaggio per una gita in montagna, possono pensare di passare di lì e far scorta di cioccolati di tutti i tipi.

Magari non diventeranno dei Peyrano, dei Gobino (che, se andate a controllare, ha una sezione del sito web in giapponese, segno che arriva fin là!), dei Caffarel (solo per citare i primi che mi vengono in mente), ma l'importante è che ci siano. E, forse ancora più importante, è che stiano in un posto come Mezzenile.
Un paese che ricorda molto quelli della mia montagna apuana: Forno, Casette, i paesi dei cavatori in generale.
Me li ricorda in un senso un po' triste, legato al fatto che ognuno ha fatto come si pare, a partire dagli anni '60-70 dove la speculazione edilizia ha permesso la costruzione di casermoni a mezza quota, ha permesso che venissero rase al suolo le fucine dei chiodi e al loro posto venissero costruiti garage in lamiera. Dove le persone han fatto come han saputo e potuto, con mezzi anche un po' di fortuna, con il risultato di restituire a noi, ieri, un paese sghembo, dissonante, a tratti architettonicamente orribile e più simile a una periferia maltrattata che non a un paese di mezza costa.
Questa storia delle fucine dei chiodi poi, per esempio, non la sapevo. Ma non la sanno in molti. Eppure è una tradizione, ci hanno raccontato ieri, che è durata 700 anni (i primi "documenti" sulla costruzione dei chiodi sono del 1200). Segno, se mai ce ne fosse il bisogno, di quanto questo paese un po' defilato sia stato poco amato. Solo negli ultimi anni, sembra, gli animi più sensibili sono andati alla riscoperta di questa antichissima tradizione, recuperando il recuperabile, salvando il salvabile.
Ieri siamo capitati lì perché abbiamo visto il programma della 18esima giornata FAI (Fondo Ambiente Italiano) di primavera.
M'è parso significativo arrivare lì in una specie di pellegrinaggio, per vedere questa nostra Italia remota che racconta storie sempre diverse - con tutte le perculiarità dei luoghi in cui queste storie si raccontano - e sempre uguali - degrado, abbandono, qualche volenteroso e sensibile che presta spesso (per non dire sempre) il proprio tempo, quando non anche il proprio denaro, per salvaguardare ciò che si può, ciò che resta, tentando di riavvolgere il nastro, di scavare nel passato, nel ricostruire e tessere storie utili a capire da dove si viene (per capire dove si va).
Allora, alla vigilia di un voto politico in cui proprio la politica sembra essere sempre più lontana dal mondo vero e sterile, è stato un salutare bagno nel concreto.
Un bagno per tornare ad amare un po' questo bistrattato paese, sperando che la mia "p" scritta in minuscolo voglia un giorno tornare maiuscola, per farmi tornare ad avere un minimo di orgoglio nell'essere un italiano.

PS: qualche anima buona fa ancora il chiodaiolo nell'unica fucina ancora attiva (e quindi sommamente preziosa). Me ne sono stati regalati tre. Li ho fotografati e ve li metto qui sotto: si può dire che sono freschi di giornata, proprio come il pane. Anche se è strano dirlo dei chiodi.

 

 

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